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"Affetto dai Suoni" di R. Cresti

 

Sergio Maltagliati Affetto dai Suoni

di Renzo Cresti  

E' la musica che va al musicista come l'alba va verso il suo giorno.
Maltagliati fa un lavoro simile a quello del giardiniere che semina eppoi attende, amorevolmente, il fiore. Lo cura perchè sia il più bello possibile, ma il fiore nascerebbe anche senza di lui.
La musica, come il fiore, sta prima e va oltre l'uomo.
Maltagliati dedica al suo operare tutte le sue energie, i momenti migliori della giornata e le ore notturne, quando tutto intorno si fa silenzio e fra lui e la sua opera si può instaurare una profonda simpatia.
La musica è un evento affettivo che chiama a sè, gratuitamente, collegando la contingenza al futuro, evento che mi accade , che tocca-me e che a me tocca realizzarlo.
Fare musica è, per Maltagliati, essere affetto dai suoni, i quali sono la causa efficente che produce il processo dell'affezione, processo attivo che elabora lo spunto di partenza, come se questa fosse una cellula e il suo sviluppo una sorta di DNA.
Maltagliati è un eccellente artigiano, ma il suo fare artigianale sa mettersi a disposizione degli oggetti, l'opera risulta essere un campo di energie messe in moto dalla forza del gesto.
Occorre consacrarsi all'opera: il fatto essenziale non è quello di compiere un'opera, ma di abitare una certa situazione, sentirsi chiamato. La forma dell'ispirazione è il salto, l'essere gettati dal mormorio dei suoni comuni in luogo sacro, dove suoni isolati vagano e attendono un vaso che li raccolga. L'autore altro non è che colui che ha la capacità di raccogliere. Più esso sarà debole con la volontà e più possibilità avrà di farsi contenitore.
I suoni vagano attorno a Maltagliati, divengono occhi che si fissano su di lui e sui quali lui non può distogliere lo sguardo. I suoni errano fino a quando non si sentono accolti, allora placano, si concedono all'opera.
Maltagliati dimostra una naturale disponibilità all'impermanenza , condizione essenziale per accogliere i suoni.
Maltagliati lavora per sorvegliare la particella di moltitudine che è in lui, per morire nella materia e per non sentirsela più appiccicata addosso; ma come può sapere tutte le infinite ragioni, i perchè del suo essere artista? L'unica soluzione è quella di lasciarsi andare verso la sua natura e verso quella dei suoni, in solitudine, cercando, come in un deserto, fra le fessure delle rocce ciò che serve alla sua sopravvivenza e a quella della sua arte. Questo dev'essere il credo del Musicista: scrivere ciò che scrivendo si profila , con partecipazione.
L'opera di Maltagliati aspetta se stessa su una soglia enigmatica, dove sta in sè, chiusa nel proprio testo e, al contempo, è tesa verso un luogo altro. L'arte è un essere-possibile, un essere in viaggio, un viaggio particolare, riflessivo, nel quale più si cammina e più ci si addentra all'interno, un esodo dal noi per ritornarci costantemente, un aspettarsi, un attendere il proprio sè al ritorno dal viaggio.
Se il suono poetico è la dimora del dire originario, Maltagliati lo può portare a sè, non col pensiero, ma col gesto. Qualsiasi metodologia concettuale risulta rovinosa per la vitalità del processo meditativo e per la partecipazione. Il gesto tocca l'essenza senza violarla.
Il gesto di Maltagliati è rituale. E' l'evocazione di un nome. Il nominare avvicina ciò che chiama. Chiamare è avvicinarsi. E' un soffio che muove il suono dalla quite originaria. E' l'evento rischiarante della grazia. Nel gesto regna il mistero, il mistero della sua forza, di quel suo quid che sostiene e mantiene il suono nel suo essere. Maltagliati fa esperienza di una forza che non è possibile pensare.
Dal gesto precipita la musica di Maltagliati.
L'energia interiore del gesto, che incide lo spazio abitabile , libera la potenza della materia, tematizzando il nesso fra gesto\energia\materia: quando si riesce a con-fondere profondamente questi aspetti si ottiene un vero e proprio stato di grazia , uno stato nel quale il Musicista si avvicina al santo, nell'atteggiamento estatico di contemplare un oggetto che non è visibile e tangibile, o meglio, di lasciarsi penetrare da un'assenza apparente.
Lo stato di grazia, che si dovrebbe percepire all'ascolto della musica, deriva dal fatto che il musicista è affetto da un qualcosa che non riguarda il proprio sè razionale, che non concerne il soggetto (come ne La rosa di nessuno di Paul Celan, una rosa che sboccia di fronte a nessuno, non abbisogna di essere guardata per fiorire o di un pensiero che la sostanzi).
La musica è un pensiero sui suoni, che si rivolge ai suoni e considera qual'è il modo migliore per organizzarli, è pensiero organizzato in suoni. Vi è indubbiamente quest'aspetto volitivo e razionale nell'atto del comporre, ma se ci si ferma all'aspetto strutturale si corre il rischio di dare troppo importanza al pensiero formante, che diviene così autoritario nei confronti dei suoni, i quali vengono intesi quale mero materiale da architettare.
L'anima di un brano musicale non risiede nella struttura, che potremmo considerare l'elemento culturale, ma nella qualità del suono stesso, ovvero nel rispetto che il Musicista ha nei confronti delle ragioni del suono, della sua natura, della sua vita ed energia.
Nella musica di Maltagliati, un suono va verso l'altro, come l' eco dell'altro dentro di sè.
La musica accoglie, in una superiore dimensione, i procedimenti tecnici, è un di più rispetto alla struttura, è un'estasi spazio\temporale, è un presente\passato\futuro evocativo. Nella temporalità di tipo onirico si perde la direzionalità, il tempo diventa ricurvo, scavato in sè, è una spirale che entra nel profondo, è movimento ch'è destino e creazione.
Ascoltiamo la musica di Maltagliati, come lui ha ascoltato i suoni vaganti e li ha raccolti, ascoltiamo questi suoni ci condurranno verso il nostro destino.



Renzo Cresti musicologo e docente di Storia della Musica presso l' Istituto Superiore di Studi Musicali "L. Boccherini" di Lucca.


dal catalogo "Partiture per floppy disk", La Spezia, ed. Assessorato Cultura Comune, "Circolo Culturale Il Gabbiano", 1997.

 


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